Da quando abbiamo aperto questa sezione molti ci scrivono chiedendoci quale sia la chiave per una migliore comunicazione nella coppia. La questione è interessante, molto vasta e come tale non è possibile fornire un’indicazione specifica valida sempre e comunque. Nei cinque anni di attività in questo settore abbiamo visto numerose evoluzioni sia nella mentalità delle persone che negli ordinamenti; la mediazione familiare, ad esempio, non era regolamentata come attività di ausilio alla coppia che ha deciso di separarsi, ma era vista come una sorta di consulenza per aiutare la coppia a prendere la giusta decisione. Il coaching era inteso come materia sportiva e così via.
Rispondiamo alle email raccontandovi una storia.
La coppia che si presentò era in crisi ormai irreversibile da qualche tempo, nonostante fossero ufficialmente sposati da poco più di sei mesi ed avessero alla spalle un lungo fidanzamento e alcuni periodi informali di convivenza.
Dopo pochi minuti cominciò subito ad esser evidente che tra di loro non comunicavano, si parlavano addosso; quando avevano bisogno di far passar un assunto importante ci usavano come contraltare. È ovvio che una comunicazione mancante, erronea o poco efficace è spesso la ragione alla base delle situazioni di conflitto. Tutto sta a capire se si ha l’intenzione di prendere quest’impasse come base per riorganizzare qualcosa che diversamente funzionerebbe o se prendere la palla al balzo, dire che si è trattato di un equivoco e finirla lì.
Nessun problema o nessuna questione è realmente insormontabile se presa nei giusti termini. Nella peggiore delle ipotesi non sarà fattibile. Ma da non essere fattibile ad essere impossibile ce ne corre. L’impossibile non ha un responso; il non fattibile ha un giudizio di valore e fattibilità derivante da una valutazione ponderata attraverso una serie di azioni mirate ad un fine.
Il contenuto dei loro assunti era legittimo da entrambe le parti, eppure si lamentavano che l’altro non capisse o non ascoltasse. Bastarono meno di dieci minuti per scoprire perché. Era come se un cieco ed un sordo dividessero la stessa stanza, il cieco chiedesse al sordo se avesse sentito un rumore e nello stesso momento il sordo chiedesse, indicandola, l’acqua nella bottiglia blu.
Di nuovo, il problema stava nella forma, tutto il resto era relativo.
Raggiunto l’accordo e testata nei due la motivazione a voler risolvere quel problema, si trattò semplicemente di assegnare loro un compito. Per il resto della giornata non avrebbero dovuto più parlarsi e dal giorno successivo, per un’intera settimana, avrebbero dovuto parlarsi solo ad orari ed in modalità prestabilite. Tali modalità erano sostanzialmente l’uso di un fax o della posta elettronica; A avrebbe usato le modalità comunicative di B; B quelle di A. Per eliminare dall’interazione tutte le interferenze paraverbali e nonverbali fu scelto il mezzo scritto.
Quando tornarono la settimana nuova già nei loro sguardi si leggeva un misto di stupore, incredulità e divertimento.
La cosa si risolse in breve tempo.
L’invito è quello di riflettere su cosa succede quando si innesca la non-comunicazione, quali comportamenti, parole o sensazioni la innescano. Comunicare è un atto complesso, fatto di molte sfaccettature. Si comunica sempre, anche quando si decide di non farlo. Parlare invece è mettere una parola dietro l’altra, spesso più attenti a ciò che stiamo dicendo piuttosto a come viene recepito. Comunicazione e parola non sono sinonimi, non lo sono mai stati e non lo saranno mai. Con comunicazione e parola nel giusto modo invece siamo già sulla buona strada.