Convinzioni limitanti e formulazione di obiettivi

Un uso mirato, preciso ed oculato del linguaggio si rivela estremamente importante. Il linguaggio è lo specchio del nostro mondo: di come noi lo vediamo, lo percepiamo, lo organizziamo e lo rimandiamo agli altri.
Nel business è un fido alleato per iniziare, condurre e concludere una trattativa o situazioni spiacevoli (vi siete mai chiesti perché, quando entrano di mezzo gli avvocati, i rapporti si induriscono e si mettono su le difese e, soprattutto, le offese? È il linguaggio usato!).
Nel miglioramento personale ed empowerment, è lo strumento per formulare quelle convinzioni e strategie che vi permettono di essere più efficienti o per confutare ed eliminare i “blocchi” che impediscono la vostra realizzazione.
Oggi mi soffermo sulle convinzioni limitanti. Precisando perché uso il termine convinzione anziché credenza, come altri fanno, secondo me a torto. Se infatti il linguaggio riflette il modo in cui vediamo il mondo, l’autorevole dizionario De Mauro (ho usato l’edizione online) così definisce credenza: qualcosa che si crede, un’opinione, convinzione popolare (specialmente superstiziosa), leggenda, opinione in materia religiosa, parere. Sono quindi più i connotati negativi e mistificatori che altro. Sotto convinzione si legge: convincere, l’essere convinto; ciò di cui si è convinti; opinione; insieme di principi, ideologia.
Le convinzioni limitanti, dicevamo. Ecco un esempio brillante di come il linguaggio rappresenta davvero lo specchio delle nostre convinzioni.
Ci sono due soggetti: A è il cliente, B il coach. (L’interazione è reale, le dovute autorizzazioni sono state concesse. Ciò che leggete è, a parte gli errori di ortografia corretti, quello che è stato scritto realmente, punteggiatura compresa)
A-So che sei coach e quant’altro, un po’ il percorso che vorrei intraprendere io e volevo qualche info, consiglio
B-che tipo di consiglio, specificamente?
A-specificatamente come ‘entrare’ nel mondo lavorativo.
Già queste poche righe sono interessanti per molti aspetti: A vuole fare ciò che fa B che è (identità) “un coach e quant’altro”. A tal proposito chiede un consiglio.
La richiesta è troppo vaga, mal definita. Ecco che B chiede nello specifico che tipo di consiglio, e la risposta è “entrare” nel mondo lavorativo.
Quindi, se la richiesta è entrare nel mondo lavorativo, A è già un coach. La cosa è a livello di identità e convinzioni. Si potrebbe già capire qui, ma la conferma arriva subito dopo:
A-ho dei corsi ecc, guardi se vuole le mando il CV così si fa un’idea di quale è il mio profilo professionale. Come posso rivedermi sul mercato?
Quindi, il consiglio richiesto è “come posso rivedermi sul mercato”?
A questo punto, B fa il punto della situazione
B- è più interessato a fare il coach o il formatore a livello aziendale, giusto?
A-Ok, direi che sto ancora in fase di valutazione
Quindi, A è interessato a fare qualcosa, ma cosa, nello specifico, ancora non sa. Infatti, B gli aveva fatto una domanda trabocchetto, leggetela bene: “è più interessato a fare il coach o il formatore a livello aziendale, giusto?” La frase non ha senso (giusto cosa?!?!); infatti, la risposta rivela l’incertezza.
Il coach qui sta facendo ciò che deve fare un coach: aiutare il cliente prima di tutto nella definizione dell’obiettivo. Molte volte infatti chi si reca da un coach non ha completamente chiara la cosa o addirittura chiede che sia il coach a dirgli cos’è, cosa che effettivamente questi non può fare perché non ha materiale a disposizione e perché è deontologicamente errato dire a qualcuno cosa si deve fare (almeno per un coach).
Dopo questo, si passa al lavoro vero e proprio: vedere cosa impedisce la sua realizzazione e quindi lavorare su convinzioni ed identità del soggetto. Infatti:
A-ho scoperto il fascino dell’insegnare, o per meglio dire, formare le persone anche se non l’ho mai fatto ufficialmente, sono sempre da anni stato d’aiuto alle problematiche altrui, sempre un insegnante di ‘vita’, non vorrei sembrare esagerato, ma sento che ho tanto da dare, non solo come studi ovviamente ma come persona.
B-e quindi, dopo aver dato tanto “amor dei” adesso è arrivato il momento di presentare il conto, giusto?
A-adesso è arrivato il momento di agire la mia vita direzionandomi ancora sono in fase di definizione obiettivo, ora come ora sto lavorando sul centrarmi per una mia equilibratura energetica, e mi guardo intorno e chiedo info per capire, vedere come è il mondo formazione, coaching e via dicendo.
Notate la parola “ufficialmente”, e scoprirete la magia del linguaggio. Qui ciò che esce fuori in modo potente è che ci sono due modi di fare le cose (ufficialmente e non ufficialmente) e che solo la prima ha valore (infatti apre il discorso con “anche se”, limitando quindi la portata di ciò che ha fatto e screditandolo. In fondo, cosa porta una cosa ad essere ufficiale? E anche se lo è, la sua ufficialità conferisce alla cosa stessa una migliore efficacia o un migliore risultato? Secondo voi, per A com’è?). La domanda di B è ancora una volta provocatoria, in quanto presentare il conto è assolutamente un connotato economico, ma secondo la mappa di A potrebbe anche essere un riconoscimento di identità, l’ufficialità. E questo deve essere stabilito (si vedrà poi perché).
A-quindi diciamo che il ‘lavoro’ che devo fare ad oggi è cercare contatti in sostanza chi mi dà la possibilità di fare esperienze sul campo. Posso propormi direttamente come formatore senza avere esperienze sul campo ?
Ecco a cosa serve il coach, più che a definire l’obiettivo. Ecco che la richiesta sta venendo fuori. Notate ancora una volta l’uso delle virgolette su “lavoro” (riflettete su cosa significano…)
A questo punto, B fornisce ad A un indirizzo perché qualche giorno prima è stato contattato da un collega che gli chiedeva nomi per formatori ad un progetto. Ecco cosa dice A:
A-capisco, beh se la cosa ha uno sviluppo futuro non mi pongo nessun limite.
In questo caso, B avrebbe potuto di nuovo reiterare la domanda “che tipo di formazione specificamente” e successivamente “porsi il limite in che modo, nello specifico?”
A questo punto comincia già ad essere chiaro che l’obiettivo di A non sia ancora molto ben specificato, non tanto nei dettagli quanto proprio nella sua struttura di base.
B-ha esperienza di conduzione in aula a livello formativo?
A-nel master formazione formatori ho fatto tecniche di gestione aula: public speaking e via discorrendo. abbiamo fatto delle ‘simulazioni’ in cui parlavo di un argomento scelto dal docente di cui non sapevo molto e un altro con un argomento a mia scelta che conoscevo, di circa 15 minuti ogni prova su ciò che sapevo ho ottenuto l’interesse delle persone e erano molto prese e affascinate da quello che dicevo, sia il docente che i partecipanti mi hanno fatto i complimenti dicendomi che trasferisco l’emozione in quello che dico se conosco l’argomento riesco a trasferirlo emotivamente alle persone in gergo ‘arrivo’.
Questa non è un’esperienza da insegnante, è un esercizio fatto sotto la supervisione di qualcuno. La cosa poteva essere chiarita subito se B avesse chiesto ad A: mi definisci un’esperienza professionale, in tutti i suoi elementi? e poi chiedere: tu ne hai avute? se sì, quali? Avremmo poi potuto soffermarci sull’importanza del gergo, cosa significasse per A e via dicendo.
Potremmo andare avanti a lungo, ma credo che questa sia già una grande dimostrazione di come realmente il linguaggio sia lo specchio del mondo. Da esso appare come, alla fine, l’obiettivo non sia chiaro e che esistono delle convinzioni travestite da resistenze, come quella di non poter andare da nessuna parte se non introdotto da qualcuno. In alcuni punti infatti si legge
B-mi dice: “specificatamente come ‘entrare’ nel mondo lavorativo.” Detto così, la risposta migliore, attenendosi al livello di specificità della sua affermazione, è “dalla porta”
A-beh si, solo che come dicevamo prima, alla porta ti ci porta qualcuno, poi la chiave la devo trovare io per entrare.
Alla fine, il coach ha dato dei compiti al cliente, al fine di chiarire la sua posizione in termini di obiettivi e vedere quali siano le risorse delle quali ha bisogno. Ecco cosa è successo.
A-beh diciamo che che mi sono ‘convinto’ che voglio fare formazione. Ma coltivo sempre il dubbio che sia una scelta forse più razionale che ‘istintiva’ diciamo.
Qui il linguaggio ci mostra ancora una volta tutta la sua potenza. L’uso delle virgolette (assolutamente originale, riportato fedelmente) sulle parole convinto e istintiva porta ovviamente delle conseguenze importanti.
Convincersi di qualcosa significa quasi “ficcarselo in testa”. E ficcarsi in testa che “voglio fare questo” è quantomeno singolare.
Poi, accanto all’essersi convinto, c’è un’altra azione, stavolta di tipo attivo: coltivare un dubbio. Qui il linguaggio metaforico è intenso, e dal momento che il tono delle risposte è questa volta più metaforico che altro, ecco cosa suggerisce il coach, ricalcando il linguaggio usato da A:
B-ottimo. allora, il fagiolo messo nel cotone inumidito in attesa che cominci a germogliare poi, una volta germogliato, messo in un vasetto e fatto crescere fino a quando non fa il fagiolo poi, ricominciare, e ripiantare
Notate che, in questo caso, il coach sta dicendo al cliente di fare davvero quello che lui dice di fare, accettando il linguaggio metaforico e trasferendolo nella realtà. Nessuna obiezione da parte del cliente sul ripiantare un altro fagiolo e ricominciare.
La cosa più interessante emerge dalla conversazione (chat) successiva, nella quale la metafora del fagiolo ha sortito un effetto:
A-mai comprato, l’ho cercato ma ‘sto periodo fagioli freschi non se ne trovano comunque ho capito il senso della cosa, sto cercando di coltivare o meglio seminare qualcosa che sia il mio obiettivo. ancora non ce l’ho chiaro. Ci sto lavorando.
La cosa è davvero interessante. A non ha colto coscientemente il paradosso della cosa (vuole un obiettivo e il coach gli dice di coltivare un fagiolo – con scritto accanto “dubbio”, istruzione impartita ma non menzionata prima) ma qualche altra parte la coglie, perché non glielo fa trovare (cosa ci vuole a trovare un fagiolo?) e gli fa capire che, in fondo, l’obiettivo non è stato mai fissato o stabilito, erano state le sue convinzioni (qualcuno mi deve accompagnare alla porta) a portarlo a formulare un’affermazione che, in quelle condizioni, era stato ritenuto un obiettivo. E che, soprattutto, ora che è tutto chiaro può lavorarci. (La cosa è andata avanti a lungo, e ci sono tante altre parti che per il fine di questo articolo non interessano, ma che confermano che allora l’obiettivo non era tale.)
Come si vede, il compito del coach si è limitato ad assistere il cliente, accettando la sua rappresentazione del mondo e partendo da quella.
Prima di poter formulare un obiettivo al meglio, doveva rivelarsi il blocco della situazione precedente. È stato soltanto l’uso del linguaggio a farglielo capire, non è stato necessario nient’altro.
Emerge quindi con grande forza come la formulazione migliore di un obiettivo possa non soltanto aiutare l’obiettivo stesso a diventare operativo, ma addirittura a rivelare subito quali sono le aree da migliorare o, in casi più complessi, quelle sulle quali intervenire.

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