È di questi giorni la notizia che una particolare area del cervello viene attivata in presenza di pensieri di tipo mistico e religioso.
Questa tendenza, già espressa da numerosi studiosi di neuroteologia quali Andrew Newberg (vedasi Why God Won’t Go Away, tradotto in Italia con Dio nel cervello, facendolo così coincidere infelicemente con un altro titolo dello stesso Newberg) era stata peraltro già sottolineata, in un certo qual modo, da Michelangelo quando, nel rappresentare la creazione dell’uomo nella Cappella Sistina, ha dipinto l’Onnipotente avvolto intorno ad un drappo rosso. Se si guarda bene, quel drappo rosso altro non è se non una sezione sagittale di un cervello umano. Il messaggio è a dir poco straordinario anche perché, come tutti i geni dell’epoca, Michelangelo l’anatomia umana la conosceva. Aveva nascosto, nel cuore della chiesa, una sua straordinaria visione.
A questo punto non è tanto da chiedersi se il nostro cervello ha creato Dio o se Dio ha creato il nostro cervello. Dobbiamo arrivare a pensare che una parte del nostro cervello è una matrice deitica.
Detto questo, possiamo anche cominciare a modellare Dio. O meglio a metamodellare Dio.
Si legge su un articolo pubblicato su Repubblica che la questione su dio e l’aldilà impegna (quindi attiva) aree della corteccia cerebrale molto evolute che sono – così come la facoltà di credere in una divinità – assenti nelle specie diverse dall’uomo.
Insomma, gli animali non percepiscono Dio; l’uomo sì. Forse gli scimpanzé ci si possono avvicinare ma Dio è un’esclusività del genere umano.
A giudicare anche dai vari monumenti a scopo divinatorio eretti dai nostri predecessori, quest’area specializzata esiste da diverso tempo, e la domanda da farsi a questo punto è se questa area era un tempo molto più potente di quanto non lo sia adesso, avendo quindi la possibilità di creare fenomenologie che hanno del miracoloso. Del resto, se Nina Kulagina con la sola forza della mani spostaca gli aghi calamitati delle bussole (telecinesi) e Barrett provocava i temporali, chissà cosa sarebbe potuto succedere se questa zona fosse stata, un tempo, molto più attiva nella nostra mente.
La ricerca ha comunque evidenziato che facendo domande a sfondo mistico, se cioè la volontà di Dio guida le vicende di questo mondo, si attivano aree della corteccia frontale associate al pensiero astratto e alle decisioni sul comportamento migliore da adottare. Citando testualmente l’articolo si legge Riflettendo sulle emozioni attribuite a Dio (rabbia, amore, senso di protezione), l’organo del pensiero reagisce esattamente come se si trovasse di fronte a un’altra persona e cercasse di decifrare il suo stato mentale attraverso le espressioni del viso o i comportamenti. Dottrine complesse come la trinità o la creazione del mondo hanno bisogno della funzione del pensiero astratto, molto specializzata nella nostra specie. Ricordare invece preghiere o cerimonie particolari attiva l’area visiva del cervello.
Si sostiene che la fede si appoggia delle strutture cerebrali, che non esista un’area cerebrale ad esso deputata. E se invece ricerche successive dimostrassero proprio questo? Se invece esistesse un’area (che magari col tempo ha regredito sempre più e adesso è piccola o in fase minimamente potenziale) che in potenza può provocare fenomeni simili alla volontà di Dio?
Non ci resta altro che metamodellare Dio, con rispetto parlando, e vedere a che punto le nostre possibilità aumentano.
Scherzi a parte, dal momento che molti racconti a sfondo religioso hanno una matrice comune (pensate a Gilgamesh e il diluvio di Noè, praticamente identici), potrebbe essere interessante vedere come si modella il linguaggio ogni volta che si tocca il soggetto divino. Se è vero che vengono attivate determinate zone corticali, senz’altro qualche traccia nella rappresentazione esteriore del pensiero o delle sinapsi la devono lasciare.
Metamodellando Dio
Published: 18 March 2009 10:19 AM UTCPosted in: PNL & miglioramento, Segnalazioni