Un leader è, come dice la parola stessa, colui che conduce verso un obiettivo. Per fare ciò, è necessaria una vision, che sia orientata a lungo termine e che venga mantenuta nel tempo.
Quando la vision che si traduce in azione coinvolge altre persone, queste cominciano ad abbracciarla. Come gli affluenti che confluiscono in un fiume, secondo una ben nota apprezzata metafora. In questi casi, il compito del leader è estremamente importante. Non solo egli viene visto e percepito come un punto di riferimento; spesso dovrà mostrare la via da seguire e a volte anche indirizzare i suoi seguaci verso la via da intraprendere, facendolo lui per primo.
Oltre a questi casi, il compito più delicato e che può fare la differenza tra una leadership duratura e di successo ed un movimento di breve durata è quello di rendere le persone consapevoli sia del loro ruolo che del punto nel quale esse si trovano all’interno del processo.
Una delle conseguenze più negative della crescente automazione del lavoro, come faceva notare Lev Vigotskij nei primi anni del XX secolo, è che l’operaio alla catena di montaggio non ha cognizione della propria posizione all’interno del processo produttivo. Spesso non conosce le persone che lo precedono e lo seguono. Questo, a lungo andare, produce un senso di alienazione ed una perdita di consapevolezza del proprio contributo.
Questo è esattamente ciò che un buon leader deve evitare. Quando si tratta di abbracciare una vision e di tradurla in azione con l’apporto di altre persone, queste dovranno avere sempre presente sia qual è il loro compito sia dove questo è situato all’interno del processo nel suo insieme.
Assicurarsi che una persona sia consapevole di ciò che può apportare e di dove tale apporto si situa all’interno del processo nel suo complesso, conferisce una serie di notevoli vantaggi. In primis, ottimizza le risorse dei diversi soggetti, che possono entrare a far parte dell’azione in un determinato punto anziché in un altro – possono cioè essere utilizzate al meglio le risorse ed i talenti. Seconda di poi, il riconoscimento pubblico della propria posizione fornisce un feedback agli altri e valuta pubblicamente ogni apporto individuale. In ultima istanza, rende le persone maggiormente informate sul progetto nel suo complesso.
In questo modo si evita che le persone non abbiano la consapevolezza di non sapere dove si trovano e quindi neanche di quelle che possono essere le prerogative che possono esercitare in vista della vision comune. La crescente diminuzione di affluenza elettorale in Paesi come il nostro sottolinea, ad esempio, anche la perdita di cognizione che gli elettori hanno su dove si posiziona il loro intervento. Se le elezioni politiche nazionali e locali ed i referendum sono visti solo come meri impegni elettorali – senza che si conosca in quale punto del processo della vita politica e pubblica del paese si consuma il voto, avremo come conseguenza la progressiva perdita di conoscenza dei diversi tipi di voto e soprattutto l’insorgere di una sensazione di impotenza di fronte alla vita pubblica di una comunità, dove il proprio destino viene discusso da poche persone, che peraltro noi dovremmo eleggere attivamente. Come ulteriore conseguenza, cominciamo a sperare che siano altri a mettere le cose a posto. Si tende, insomma, a non abbracciare più una vision e perdere la prospettiva a lungo termine.
Rendere invece le persone coscienti e consapevoli di quello che può essere il loro contributo, ma soprattutto di dove questo si situa all’interno dell’intero processo, costituisce una delle maggiori abilità e talenti di un leader di successo. Una cosa che può garantire l’effettiva traduzione in azione della vision.
Questo è esattamente ciò che Abraham Lincoln sottolineò nel suo arrivederci a Springfield l’11 Febbraio 1861. All’atto di recarsi a Washington per assumere la carica di presidente degli Stati Uniti e dismettere quella di legale, Lincoln disse ai suoi colleghi avvocati di lasciare il suo nome sulla targa dello studio affinché, una volta terminato il suo mandato presidenziale, potesse tornare al suo vecchio lavoro. In questo semplice gesto sta sia la consapevolezza del proprio operato (sia da avvocato che da Presidente) che la sua posizione all’interno di un processo. L’ufficio di presidente, infatti, non avrebbe avuto durata perenne e, una volta terminato, Lincoln avrebbe ripreso la sua vecchia attività. Nel rivolgersi alle persone che lo attendevano alla stazione, Lincoln disse: “Amici miei, nessuno, neanche nei miei panni, può apprezzare questa mia sensazione di tristezza per questa partenza. A questo luogo, e alla gentilezza dei suoi abitanti, devo tutto. Ho vissuto qui un quarto di secolo, e da giovane sono diventato adulto. Qui sono nati i miei figli, ed uno vi è sepolto. Adesso parto, non sapendo quando, o se, potrò ritornare, attendendomi un compito ancora più grande di quello di Washington.” In questo breve discorso improvvisato, trascritto quasi per intero, sono presenti tutti gli elementi fino ad ora descritti. La direzione “verso” (recarsi a Washington per insediarsi), la prospettiva di lungo periodo (gli anni del mandato; Lincoln venne poi eletto una seconda volta e assassinato prima della scadenza) la posizione all’interno del processo sia nella città (avvocato) che nella nazione (il Presidente).
In modo ancora più diretto, esplicito e perfetto, esattamente cento anni dopo, il neo-eletto John Fitzgerald Kennedy, dopo aver delineato i tratti salienti della sua politica, rese ogni singolo americano consapevole della propria posizione all’interno di quel progetto: “Non domandatevi cosa la vostra nazione può fare per voi – chiedetevi cosa voi potete fare per la vostra nazione.”
Skills di un leader: rendere tutti consapevoli della propria posizione all’interno del processo
Published: 02 July 2009 7:30 AM UTCPosted in: Leadership