Dopo aver introdotto i numerosi vantaggi derivanti dall’applicazione di un linguaggio tecnico nel business coaching veniamo di definirne meglio gli ambiti operativi. Un suo uso smisurato infatti, come già si è detto, può rivelarsi estremante nocivo.
Nel caso che la conoscenza della materia e dei termini tecnici posseduta dal coach sia limitata, in quel punto preciso deve finire il suo uso. Se da una parte la condivisione di questo lessico porta ad un approfondimento del rapport, è altrettanto vero che, una volta che questo è stato ottenuto, dobbiamo assolutamente evitare di perderlo. Il tirare sfondoni usando una modalità linguistica che aveva proprio permesso il suo sviluppo è un errore madornale, capace di mettere in seria discussione lo sviluppo del rapporto intercorrente. Il cliente infatti potrebbe benissimo sentirsi spaesato, non seguito o, peggio ancora, raggirato da un’ostentata quanto irreale conoscenza della materia.
In seconda battuta, questo uso costituisce uno dei massimi esempi di incongruenza. Quando i gesti e le parole non corrispondono si crea sempre incongruenza e quindi una reazione allarmata o diffidente nel cliente.
Gli interventi di coaching, così come tutte le consulenze, sono tanto migliori quanto più sono essenziali. Questa attitudine minimalista, apparentemente espressione di eccessiva modestia e riguardo nei confronti dell’altro, costituisce invece una delle migliori forme di rispetto nei confronti del cliente stesso. Attenendosi scrupolosamente alla sua cornice ed utilizzando al suo interno le migliori risorse a disposizione, si possono raggiungere risultati così notevoli da apparire, se non proprio miracolosi, almeno sorprendenti.
Usiamo quindi il linguaggio tecnico quando siamo sicuri che esso aiuta lo sviluppo del rapport, mantiene viva l’interazione con il cliente aiutandolo a raggiungere i suoi obiettivi. Stiamone lontani quando il suo impiego travalica i limiti di ciò che è richiesto.
Ancora una volta, questa è una risorsa, come tale da esercitarsi con grande flessibilità.